Un tè con Maria Grazia Ventroni

Non si aveva mai abbastanza tempo per giocare: sono figlia unica e spesso i miei genitori avevano bisogno del mio aiuto nelle faccende domestiche. Capitava così che gli unici momenti ludici fossero circoscritti al percorso casa-scuola e scuola-casa. Noi di S’Iscala frequentavamo la scuola di Tanaunella, nell’edificio che ospita attualmente la sagrestia della chiesa: dal più lontano al più vicino, ci si radunava tutti a poco a poco, intorno a giochi tanto semplici quanto avvincenti. Uno di questi era sa lampana (in italiano campana), che consisteva nel disegnare delle caselle numerate per terra su cui poi bisognava saltellare dentro con l’obiettivo di raccogliere la pietra precedentemente lanciata.


E sempre con le pietre si poteva giocare a pizzula (noto in Italia come gioco delle 5 pietre oppure degli astragali): cinque pietre, preferibilmente di forma arrotondata, dovevano essere afferrate al volo una ad una dopo essere state lanciate.


E poi c’era sa pippiedda, per noi bambine. Erano sufficienti due pezzi di stoffa piegati per realizzare la nostra bambola: uno costituiva il viso e il tronco, l’altro, posto di traverso, raffigurava le gambe, cui potevano aggiungersi degli scampoli per confezionare dei vestitini. La creatività muoveva le nostre idee, le materie prime presenti in natura facevano il resto.


Dove siamo