Informazioni

Un tè con Maria Grazia Ventroni

Maria Grazia Ventroni, classe 1930, si racconta e racconta scorci di vita in paese quando ancora, Budoni, paese non era.

LE RICETTE DELLA NONNA

"Mia mamma era molto brava in cucina, ma mia nonna! Le bastava avere fra le mani pochissimi ingredienti per riuscire a realizzare i piatti più gustosi che io ricordi.

Uno di questi era composto di fagiolini freschi, patate, pancetta e latte. In un tegame faceva lessare i fagiolini e le patate, mentre su un'altra pentola metteva a soffriggere un po’ di pancetta con menta e cipolla. A fine cottura della pancetta univa i fagiolini e le patate, e versava lentamente, mescolando, il latte fresco o la panna, a seconda di cosa avesse a disposizione quel giorno. Faceva addensare il tutto con della farina di semola e, una volta conferito l’aspetto di sformato, serviva caldo.

Il km zero non solo era garantito, ma era l’unico tipo di cucina che avessimo a disposizione, considerato che merci e prodotti dal “continente” ne arrivavano davvero pochi, e con dei costi spesso proibitivi.

Non ho mai conosciuto il nome di questa pietanza, né so se lo avesse inventato mia nonna oppure esistesse anche nella tradizione culinaria delle altre case. So solo, e non lo scorderò mai, che il suo gusto era davvero eccezionale e che per me, tutte le volte che mia nonna lo preparava, era un evento memorabile."

I GIOCHI

"Non si aveva mai abbastanza tempo per giocare: sono figlia unica e spesso i miei genitori avevano bisogno del mio aiuto nelle faccende domestiche. Capitava così che gli unici momenti ludici fossero circoscritti al percorso casa-scuola e scuola-casa. Noi di S’Iscala frequentavamo la scuola di Tanaunella, nell’edificio che ospita attualmente la sagrestia della chiesa: dal più lontano al più vicino, ci si radunava tutti a poco a poco, intorno a giochi tanto semplici quanto avvincenti. Uno di questi era sa lampana (in italiano campana), che consisteva nel disegnare delle caselle numerate per terra su cui poi bisognava saltellare dentro con l’obiettivo di raccogliere la pietra precedentemente lanciata.

E sempre con le pietre si poteva giocare a pizzula (noto in Italia come gioco delle 5 pietre oppure degli astragali): cinque pietre, preferibilmente di forma arrotondata, dovevano essere afferrate al volo una ad una dopo essere state lanciate.

E poi c’era sa pippiedda, per noi bambine. Erano sufficienti due pezzi di stoffa piegati per realizzare la nostra bambola: uno costituiva il viso e il tronco, l’altro, posto di traverso, raffigurava le gambe, cui potevano aggiungersi degli scampoli per confezionare dei vestitini. La creatività muoveva le nostre idee, le materie prime presenti in natura facevano il resto."

Domande? Fai una richiesta o chiama +39 0784 844007